Il passo di un cavallo rimonta la valle solitaria e nel silenzio delle gole produce una vasta eco, i cespugli in cima ai roccioni non si muovono, ferme stanno le gialle erbette, anche le nubi passano nel cielo con speciale lentezza. Il passo del cavallo sale adagio per la strada bianca, è Giovanni Drogo che ritorna.
È proprio lui, adesso che si è avvicinato lo si riconosce bene, e sulla faccia non si legge alcun particolare dolore. Non si è ribellato, dunque, non ha dato le dimissioni, ha mandato giù l’ingiustizia senza fiatare, e se ne ritorna al solito posto. Nel fondo dell’animo c’è perfino la pavida compiacenza di avere evitato bruschi cambiamenti di vita, di poter rientrare tale e quale nelle vecchie abitudini. S’illude, Drogo, di una gloriosa rivincita a lunga scadenza, crede di avere ancora un’immensità di tempo disponibile, rinuncia così alla minuta lotta per la vita quotidiana. Verrà il giorno in cui tutti i conti saranno generosamente pagati, pensa. Ma intanto gli altri sopraggiungono, avidamente si contendono il passo per essere i primi, sopravanzano di corsa Drogo, senza neppure curarsene, lo lasciano indietro. Lui li guarda scomparire nel fondo, perplesso, preso da insoliti dubbi: e se avesse veramente sbagliato? Se lui fosse un uomo comune, a cui per diritto non tocca che un mediocre destino?
(Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari)
Ha senso scegliere l'Occasione sbagliata per convincersi che si sarebbe scelta l'Occasione giusta? Chissà quanti di quelli che oggi hanno accettato lo scontro hanno fatto così. Ma un'occasione falsa non è l'Occasione buona. Si può essere vili perché il coraggio degli altri ti pare sproporzionato alla vacuità della circostanza? Allora la saggezza rende vili. E quindi si manca l'Occasione buona quando si passa la vita a spiare l'Occasione e a ragionarci su. L'Occasione si sceglie d'istinto e sul momento non sai che è l'Occasione.
(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)
Io ho un pessimo istinto...
Non ho mai capito se la sfortuna esista veramente, ma so bene che la superstizione gioca un ruolo molto importante nella nostra vita. Sembra quasi che in noi sia insita la necessità di cogliere sempre dei segni, durante la giornata, o negli anni, forse sarà il retaggio di tempi primitivi in cui ogni cosa, ogni manifestazione della natura si colorava di prodigio. Rimane il fatto che alcune situazioni non sono dannose in sé, ma siamo noi a tinteggiarle con toni drammatici e tanto ci impegniamo a fuggirle, che, inevitabilmente, ne diveniamo vittime.
Erano in tredici. Li ricontò, non c’erano dubbi. Benché non fosse una persona superstiziosa, non ignorava la pessima reputazione di questo numero, in qualsiasi discorso sul caso, la fatalità e il destino, c’è sempre chi dice la sua per riferire casi vissuti dell’influenza negativa, e a volte funesta del tredici. Tentò di rammentare se in qualche altra occasione gli fosse capitato questo posto nella fila, ma, senza meno, o non gli era mai accaduto, oppure semplicemente non se ne ricordava. Si rimbrottò da solo, che era uno sproposito, una fesseria preoccuparsi di qualcosa che non ha esistenza nella realtà, giusto, non ci aveva mai pensato, ma in effetti i numeri non esistono nella realtà, alle cose è indifferente quale numero gli diamo, tant’è se diciamo che sono il tredici o sono il quarantaquattro, il minimo che se ne può concludere è che le cose, loro, non hanno nozione del posto che gli è capitato di occupare.
(José Saramago, La caverna)
Il protagonista cercherà di aggirare il problema del numero tredici, spostandosi per un po’, fino all’arrivo di un ignaro camionista che ne prenderà il posto, e così lui potrà diventare il numero quattordici, ma, ovviamente, gli capiterà di tutto perché come dice egli stesso: Non ho cambiato numero, sono il tredici che sta al posto del quattordici.
Fino a che punto siamo noi stessi gli artefici delle nostre disgrazie?